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Una gita in Pronto Soccorso, non si nega a nessuno

Una gita al Pronto Soccorso non si nega a nessuno, pare Il mio corpo e il mio cervello, in perfetta complicità, ogni tanto mi giocano brutti tiri. Scherzano tra di loro, bisticciano, si elettrizzano... e mi mandano fuori uso. È successo ieri, replicando lo scherzo di due giorni prima. Precauzione d’obbligo, visti i miei pregressi: giretto in ambulanza e direttissima in PS. Ben disposta ad aspettare, senza troppe ansie, l'attesa si è svolta con i suoi soliti ritmi: molti accessi, personale ridotto all'osso e di corsa. Ma sulle sedie scomode della sala d'aspetto succede anche che si incrocino le umanità più svariate e, alla fine, tutto assume una dimensione diversa. Si raccontano storie, si ritrova gente conosciuta in una vita precedente. E nota di merito: in questo PS ti permettono di essere accompagnata da un familiare. Un piccolo, grande atto di estrema umanità. Alla fine, ed era ormai notte, sono riuscita ad avere una diagnosi. La dottoressa del turno notturno era la quin...

Vacanze d'antan: quando andare al mare era un'impresa epica fra corde elastiche, Xamamina e il sapore di sale degli anni '60.


(Repost)

Vacanze d'antan
​Si partiva alla fine di luglio, massimo il primo di agosto, con direzione Rapallo. Lì avremmo trascorso l'intero mese, spesso sconfinando all'inizio di settembre.

​Sotto gli ordini rigorosi di mia madre, i preparativi erano più simili a quelli per una guerra che per un'agognata vacanza al mare. Nelle rispettive camere giacevano le valigie che papà aveva calato dal solaio e passato a mamma, la quale provvedeva a una minuziosa opera di pulizia e disinfezione — come solo lei sapeva fare.
​Il solaio, va detto, era territorio strettamente maschile: per raggiungerlo bisognava arrampicarsi su una terribile scala a pioli che solo l'unico esponente del "sesso forte" di casa poteva affrontare. Sarebbe bastato aprire un varco verso la terrazza adiacente del nonno, ma forse era troppo complicato o la struttura non lo permetteva. Ma vabbè, divago.

​Le valigie venivano preparate con ampio anticipo. Abiti estivi lavati, stirati e riposti: da quel momento, tassativamente intoccabili. Risultato? A fine luglio giravamo vestiti in modo che nemmeno sotto tortura avremmo scelto. Ma la volontà materna era una forma di tortura a prescindere.
​Preparati i quattro valigioni — uno a testa — il giorno prima della partenza si caricava l'auto, tra un padre sempre più nervoso e una madre in moto perpetuo. Valigie sul tettuccio, legate con le corde elastiche: Fantozzi sarebbe ammutolito alla vista.
Nel bagagliaio le borse "varie ed eventuali". Dentro l'abitacolo un plaid ("non si sa mai", anche con 35 gradi all'ombra) e le immancabili vettovaglie.

​Per percorrere i duecento chilometri circa che separavano il paesello dalla Riviera, le soste erano obbligatorie. Partenza all'alba con prima tappa a Serravalle, prima di affrontare i fatidici Giovi; poi un'altra fermata in qualche piazzola per far riposare l'autista (papà: pessimo guidatore) e far raffreddare il motore, che tendeva al surriscaldamento. All'epoca l'autostrada era un miraggio per buona parte del percorso: ci si inerpicava su statali trafficatissime.
​Le soste prevedevano una colazione rigida: panino con salame o prosciutto, caffè e tè. Dolci rigorosamente proibiti: io tendevo a vomitare anche l'anima, quindi tra la Xamamina che mi stordiva e il cibo secco e salato, cercavo di sopravvivere. Per par condicio, lo stesso spartano trattamento veniva riservato a mia sorella, che non soffriva per nulla il mal d'auto e ingurgitava felicemente di tutto. Per fortuna, crescendo il mal d'auto è passato; è rimasto, invece, il mal di pullman.
​Dopo tre panini, tre soste e un numero imprecisato di imprecazioni, finalmente si arrivava in Liguria.

​Si disfacevano le valigie, ferro da stiro alla mano, e dopo aver prenotato la solita cabina (stessa spiaggia, stesso mare), si passava al ristorante per fare gli abbonamenti. Specie di "ticket mensa", ma decisamente migliori: il regalo di papà a mamma per evitarle di cucinare anche in vacanza.

​E poi via: i bagni in mare fino allo scioglimento della pelle, il cambio immediato del costume perché "non si sta bagnati", le lunghe partite a carte al bar della spiaggia, la fugassa al formaggio o il bombolone per merenda.
​Spesso con noi c'erano gli amici del paese. Con i più intimi abbiamo condiviso la casa e la vita leggera degli anni Sessanta: le passeggiate serali sul lungomare "in gran tiro", le serate al dancing in abito da sera, il gelato . Gli adulti seduti al caffè, noi ragazzini con un cono al volo, giusto per "fare le vasche" e puntare gli amichetti.
​A letto sfiniti, ma con la voglia matta di ricominciare il giorno dopo. Con un pensiero, però, sempre rivolto al paese e agli amici rimasti a casa.

​Voglia di tornare, ma anche di restare.

​E adesso? La sentite anche voi...?
​"Sapore di sale, sapore di mare / Quel gusto un po' amaro di cose perdute / Di cose lasciate lontano da noi / Dove il mondo è diverso, diverso da qui..."

Nella foto restaurata, papà  e i suoi amici di paese, ai Flora di Rapallo, anni '60/70
Sullo sfondo, gli ombrelloni che erano la nostra seconda casa estiva. 





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