Pomeriggi senza condizionatori, granite fatte in casa e il camion del Comune che bagnava le strade
"Oh signür, che cald che fa!"
Prevaleva il nostro lessico nel classico mantra del mese di luglio, ripetuto all'infinito da tutti.
Luglio, una infinità di anni fa, era il mio mese preferito. Chiusa la scuola, non avevo nessun impegno se non quello di cercare ostinatamente qualcosa di bello da leggere, scovando storie ovunque e rileggendo di tutto. Strano periodo in cui perfino mia mamma, sempre in allerta, mollava la guardia diventando più malleabile – ed è tutto dire. Credo un po' tutte le mamme, forse rassegnate, forse vinte dal caldo, quello che allora, ringraziavo.
Pomeriggi afosi e sonnolenti.
Pensavo che mi sarebbe piaciuto andare in colonia: forse volevo sfuggire al controllo materno, oppure vivere un'esperienza con altri bambini. Mi piacevano le divise della colonia Faema, con le gonnelline a pieghe, la camicetta bianca, la bandana al collo del colore della gonna e il cappellino a cloche. Stranezze infantili, visto il mio carattere insofferente a tutto. Col senno di poi, capisco che avrei sofferto l'eccesso di compagnia e le regole, forse assurde, certo faticose. Le vacanze dunque si facevano sempre in famiglia, prima a Piazza Brembana, poi Malesco, a Varazze e, per tanti anni, a Rapallo. Aspettavo la partenza impaziente, sognando la spiaggia e il mare, soprattutto l'acqua, immaginando le prime nuotate, quelle azzardate, senza stile, divertenti.
Intanto, tapparelle e scuri chiusi – badadi – a creare penombra, con il silenzio interrotto solo dal sibilo del ventilatore, dal frusciare del ventaglio di mamma e dal mio... sbriciolare il ghiaccio con un pestacarne sul lavello di ceramica bianca, ovviamente danneggiandolo: uno dei miei mille guai estemporanei.
Amavo le granite con zucchero e un goccio di caffè; me le sorbivo facendole durare a lungo, succhiando il ghiaccio sdraiata sul pavimento di marmittoni, tirato a specchio, della mia camera. Il tutto mentre leggevo, salvo sentirmi urlare un pur poco convinto: "Leva sü. Alzati che prendi freddo!". Freddo?
Ogni pomeriggio passava il camion del Comune a bagnare – sbrüfà, si diceva – le strade del paese. Sbrufa, che se büfa
Mi piaceva guardarlo mentre passava sotto le finestre di casa, a passo d'uomo: sollevava quel profumo di buono, di fresco, uno di quelli che torna alla memoria come il bucato dell'infanzia al sapone di Marsiglia.
Altre volte, bisognava chiudere i vetri: passavano gli operai del comune con lo spray a disinfestare. Solo oggi mi rendo conto di quanta attenzione, cura, si mettesse, allora, nella tutela della cosa pubblica.
Qualche amica veniva a chiamarmi, ma si doveva giocare piano, sottovoce, per non disturbare la siesta dei vicini. Chi non ha avuto un vicino brontolone? Ho avuto la sfortuna di raddoppiare: due brontolone perenni, infastiditi da tutto.
Giocare sottovoce, forse a scacchi? - un ossimoro
Era un vivere indolente, così poco padano, che durava tutte le ore del pomeriggio.
Le strade pressoché deserte, mentre l'asfalto sembrava fluttuare sotto il sole.
A sera, sarebbero rientrati i pendolari, accaldatissimi, da Milano: allora il paese ritornava a vivere, ritrovando tutta la sua vivacità. Si riaprivano gli scuri, si rialzavano le tapparelle alla ricerca della frescura serale.
Gli uomini seduti ai tavolini di un bar e le signore della via che facevano crocchio, chiacchierando sulle porte di casa, con i loro cadreghin. Ritornavano le voci, non si sussurrava più. Da qualche finestra il parlare di qualche trasmissione RAI si sovrapponeva alla musica del jukebox dei bar. Voci dalle strade, dai tubi catodici, dalle parole in note.
In attesa della notte, sempre un po' insonne, sicuramente sudata, si sperava in un temporale. Ci si costringeva al riposo, ma stare fuori, insieme agli altri, sembrava dare meno caldo. Senza condizionatori, centigradi democratici, ossia mal comune mezzo gaudio, con quel "oh signur che cald che fa".
Le nostre belle estati di una volta.
In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l’incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito.
(Cesare Pavese)
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