"Sulle montagne russe: appunti di architettura mentale."
Come si vive con una testa che non trova tregua, con i pensieri che sembrano impazzire e si incastrano, si rincorrono, creano labirinti e traiettorie mai lineari?
Come sulle montagne russe.
Sto per addormentarmi, ma ritorna la frase di mio marito: "Si dice Gultiron da noi!". Mi hanno pizzicata e ho due piccoli ponfi sulle braccia. Gültiron? Perché non conosco la parola? Dormi, cosa te ne frega, mi ripeto. Invece la mente va al Pezzini, lo Zingaretti del dialetto lodigiano. Meraviglioso tomo, dove si trovano scritte nero su bianco anche le bellissime ingiurie in vernacolo. Bellissime ingiurie, uno dei tanti amati ossimori.
Niente tregua sugli insulti, mentre il refrain di Battisti mi accompagna; lo fa da due giorni:
"Come può uno scoglio
Arginare il mare
Anche se non voglio
Torno già a volare
Le distese azzurre
E le verdi terre
Le discese ardite
E le risalite
Su nel cielo aperto
E poi giù il deserto
E poi ancora in alto
Con un grande salto"
Sento addirittura lo stomaco sussultare su quelle discese ardite. Mi emoziona anche, e io non voglio emozionarmi.
Il pensiero torna al vocabolario, al mio Devoto-Oli, all'uso che ne farebbe il commissario Charitos nei libri di Petros Markaris: quello che ho sempre fatto anch'io in tempi di magre letture, aprendo pagine a caso per soffermarmi sui termini. Dovrò rifarlo. Rilassa.
Le sinapsi rincorrono visivamente i dizionari scolastici di mia figlia: li ritrovo nella nostra prima casa modenese e poi ancora su quel grosso tavolo che usava come scrivania. Ci vedo anche Matisse, il nostro certosino, con il muso appoggiato. Un gatto dottore in legge honoris causa, per la sua attiva assistenza persino alla preparazione della tesi. Mi manca Matisse, come la sorella Minou: due aristogatti litigiosi.
Sembra tornare il sonno, ma ho un crescendo dei Decibel che risuona, un nuovo earworm.
Voglio lasciare i vocabolari ovunque siano e dormire.
Ho un blocco al trapezio, se mi muovo male partono le vertigini. Non voglio anche quelle da mente ad alto voltaggio.
Cado in un breve sonno agitato da sogni su una macchina fotografica. Risveglio brusco: ho lasciato sul tavolo del soggiorno in città la mia rossa compatta, almeno credo. Sì, la vedo, sono sicura. Almeno di questo.
Chiudo gli occhi e ritorna Battisti, con le sue discese. I crescendo di Ruggeri se ne sono andati.
Chiudo gli occhi, il Vertiserc sta facendo effetto e mi sento più stabile anche nei movimenti orizzontali.
Tregua.
Isi graffia il letto. È dalle 2:45 che rompe. È uscito mio marito con lei. Mi alzo con attenzione, esco con lenti scure, anche se non c'è ancora il sole. Piedi nudi ancorati a terra. Sbando su una tirata della terrier, perché per evitarle cacce rumorose la tengo al guinzaglio.
Rientro rapido, mi rifiondo nel letto: con due libri, il Kobo, il tablet, il cellulare, la lampada da lettura notturna, le gocce del bisogno, un plaid (anche se fa caldo, ma non si sa mai)... tutto attaccato. Il mio kit di sopravvivenza per chi vorrebbe avere tutto sotto controllo, ma vive costantemente fra quelle discese ardite e le risalite, su nel cielo aperto e nel deserto.
Sulle montagne russe: i miei appunti di architettura mentale
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