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Una gita in Pronto Soccorso, non si nega a nessuno

Una gita al Pronto Soccorso non si nega a nessuno, pare Il mio corpo e il mio cervello, in perfetta complicità, ogni tanto mi giocano brutti tiri. Scherzano tra di loro, bisticciano, si elettrizzano... e mi mandano fuori uso. È successo ieri, replicando lo scherzo di due giorni prima. Precauzione d’obbligo, visti i miei pregressi: giretto in ambulanza e direttissima in PS. Ben disposta ad aspettare, senza troppe ansie, l'attesa si è svolta con i suoi soliti ritmi: molti accessi, personale ridotto all'osso e di corsa. Ma sulle sedie scomode della sala d'aspetto succede anche che si incrocino le umanità più svariate e, alla fine, tutto assume una dimensione diversa. Si raccontano storie, si ritrova gente conosciuta in una vita precedente. E nota di merito: in questo PS ti permettono di essere accompagnata da un familiare. Un piccolo, grande atto di estrema umanità. Alla fine, ed era ormai notte, sono riuscita ad avere una diagnosi. La dottoressa del turno notturno era la quin...

Questione di dopamina

Mi annoio. Tantissimo.
​La mia non è la classica noia "creativa" o rilassante; è una vera e propria paralisi da sottostimolazione. Un cortocircuito frustrante in cui il cervello urla perché ha un disperato bisogno di dopamina, ma contemporaneamente ha le batterie così a terra da non riuscire a muovere un dito per andarsela a prendere.
​È un momento di totale blackout vitale. Sono annoiata e senza stimoli, ma per assurdo anche incapace di affrontare qualsiasi cosa, persino una semplice passeggiata. Non tollero i suoni, se non le note musicali nude e crude.
​Ci metto la ciliegina sulla torta: sono in montagna. Fortunatamente in Appennino (le Alpi le trovo claustrofobiche), ma io la montagna non la amo; la sopporto solo perché devo e solo perché qui ho un habitat funzionale alle mie esigenze. E comunque, si sa, odio l'estate con le sue giornate infinite e quella luce che non finisce mai, che mi mette quasi un'ansia da prestazione. Ecco servito il blackout perfetto.
​Sì, somiglia moltissimo alla tipica paralisi da neurodivergenza, cose da psicocosi e se ne parlerà in un mio solito poi

C'è un vago senso di colpa di sottofondo, ma so che non è pigrizia: ho solo il motore del cervello temporaneamente ingolfato. Tutto questo ha un nome e una definizione, ma no, non è confortante.
​In questi momenti devo alleggerire tutto. Libri leggeri, reel di cucina, ricette improbabili e drama cino/coreani (che sono di un assurdo totale, ma rappresentano l'equivalente digitale di un defibrillatore per il cervello in paralisi). Mi danno quel micro-dosaggio di dopamina facile senza chiedere nulla in cambio. Nessun giudizio, silenzio totale. In pieno blackout, questa è pura sopravvivenza.
​Poi inizia il classico loop del cervello sovraccarico.
Appena c'è un secondo di tregua, il motore prova a riavviarsi. Il cervello mi sussurra: "Ah, siamo svegli? Ottimo, allora risolviamo i massimi sistemi della vita e tutti i nostri problemi seri". Troppo pesante. Ansia immediata, nuovo crash e si spegne di nuovo tutto per autodifesa.

​Sopravvivo così, in un bipolarismo quotidiano in cui la lucidità si palesa prevalentemente nei 20 gradi notturni — durante le uscite in giardino con il cane — e il blackout coincide con la pesantezza di un'estate iniziata decisamente troppo presto.
​Se mi assento, se mi ritiro, se non rispondo, se sembro ignorarvi... non è per antipatia. Sappiatelo.



The Fan / The Breeze" (1988) realizzato dal pittore realista contemporaneo americano Ron Schwerin.

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