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Una gita in Pronto Soccorso, non si nega a nessuno

Una gita al Pronto Soccorso non si nega a nessuno, pare Il mio corpo e il mio cervello, in perfetta complicità, ogni tanto mi giocano brutti tiri. Scherzano tra di loro, bisticciano, si elettrizzano... e mi mandano fuori uso. È successo ieri, replicando lo scherzo di due giorni prima. Precauzione d’obbligo, visti i miei pregressi: giretto in ambulanza e direttissima in PS. Ben disposta ad aspettare, senza troppe ansie, l'attesa si è svolta con i suoi soliti ritmi: molti accessi, personale ridotto all'osso e di corsa. Ma sulle sedie scomode della sala d'aspetto succede anche che si incrocino le umanità più svariate e, alla fine, tutto assume una dimensione diversa. Si raccontano storie, si ritrova gente conosciuta in una vita precedente. E nota di merito: in questo PS ti permettono di essere accompagnata da un familiare. Un piccolo, grande atto di estrema umanità. Alla fine, ed era ormai notte, sono riuscita ad avere una diagnosi. La dottoressa del turno notturno era la quin...

Pixie cut e cerchi infiniti

Affronto la calura modenese e scendo in città. Al di là delle commissioni eventuali, avverto proprio un bisogno psicofisico di Modena. Desiderio, davvero. Ho fatto conti semplici: è il luogo dove ho vissuto più a lungo, dove avevo creato una casa su misura — la casa libro, diceva l’architetto che ha gestito le mie esigenze.

Eppure, per inquietudini innate, per desiderio di dare una chiusura al mio personale cerchio, sono tornata da dove ero partita. È ancora il mio essere che mi porta da Michela. Nel suo salone, sotto quella casa, da decenni ormai accoglie e media i miei turbamenti. Media — anche questa mattina lo ha fatto — tagliando qualche etto di ricci scomposti e crespi, usando lo stiletto con la cautela che la contraddistingue quando si impatta con me: “Prova a gestirli così, poi fra un mese possiamo azzardare di più.”

Sono entrata come Branduardi, sono uscita da Caterina Caselli, anni Settanta, pixie cut corto, biondo. Peccato non avere più quell’età, quella dei Settanta, ma avere invece i 70. Quando una donna cambia qualcosa nei capelli, ha voglia di cambiare la propria vita: come al solito ricordo le frasi, ma non l’autore. Non è del tutto vero, se lo faccio è solo perché ho necessità di ordine, frenando il mio personale caos, almeno sulla testa se non nella testa.

Oggi mia figlia è arrivata a metà dei suoi 40. Gli anni migliori per una donna, si racconta. Lo sono stati per me, sicuramente. Avevo ripreso possesso del mio corpo: non più tubicini, tagli, suture, flebo, iniezioni. Avevo ritrovato la mia nuova dimensione, dopo anni faticosi, quelli che hanno un tracciato da elettrocardiogramma impazzito. Una taglia perfetta, di nuovo i capelli, da cortissimi a lunghi, ricci, biondi. Forte e consapevole, mi ero lasciata alle spalle certe insicurezze. Sapevo cosa volere, ancora di più cosa non volere. Ero innamorata di quella vita che avevo visto sul punto di andarsene. Avevo ritrovato la voglia di amare, dopo che il distacco era diventato un mio punto fermo, il mio pensiero fisso.

Rivedo le fotografie scattate in quegli anni e trasmettono gioia. Chiara allora era una ragazzina che aveva subito le mie debacle psicofisiche, ma aveva forza fra le sue fragilità. E si è visto. Ora. Nei suoi magnifici anni. Lei i capelli li ha sempre uguali, lunghissimi, biondissimi, che non vedono parrucchiere da anni. Il mio contrario, ma chissà, forse una sorta di ancoraggio.

Amo mia figlia. Sono felice di averle dato quelle famose ali perché volasse da sola, sono ancora più felice di vedere che sa volare. Magari c’è stato o ci sarà qualche vuoto d’aria, nella normalità di un percorso. Quello che le auguro è di vivere il magnifico decennio dei 40 in ogni altro suo lungo decennio che incontrerà.

Non entrerà mai in un salone da Branduardi per uscirne Caselli, anche i paragoni sono fuori tempo per lei. Le inquietudini, chissà, troveranno altro sfogo. 

Lei vola dritta, io a cerchi.  
E va bene così.



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