IL "POI", È IL MOBILE PIÙ INGOMBRANTE CHE HO (Alla ricerca di armonia nelle case incompiute)




Ho sempre abitato case a metà. Da quando ho lasciato i miei, è stato un trasloco dopo l’altro, sempre con qualcosa in sospeso. All’inizio c’erano le foresterie di mio marito. Già la parola mi metteva addosso un’ansia sorda, da sala d’attesa.


Poi è arrivato Chiavari: piccolo, stretto, ma pieno di voci. A Lodi la casa era bella, luminosa, eppure senza battito. Forse ero io, stanca, a non sentirla. Modena fu un colpo di teatro: un attico anni Ottanta tutto terrazzi e salotto, con le camere che sembravano ripostigli. Magnifico e impossibile. 

A Torino. La mansarda di mio marito. Piccola, meravigliosa, quasi mia. Cucina grande, aperta sul salotto-studio invaso di libri. Le finestre affacciate sui tetti, i gerani che resistevano all’inverno. Non era casa mia sulla carta. Ma l’anima, quella sì, era la mia. 

Per nostra figlia avevamo scelto la stabilità. Un appartamento a Modena, vicino al centro, portici, tutto comodo. L’ho ristrutturato due volte. L’ho piegato addosso a me senza accorgermene. “La casa libro”, diceva l’architetto, esasperato e divertito. Quando l’abbiamo venduta, vent’anni dopo, ho capito che in quelle pagine c’ero davvero. Solo che mancava il finale: il Covid ha bloccato le ultime finiture. Quel “poi lo facciamo” è stata la goccia. Ho messo tutto in vendita e siamo tornati al paese.

E adesso sono qui. Mi sveglio ogni mattina e non capisco: questa è una camera o un deposito fallito? 
Sopra la testa pende il nemico: un lampadario di Murano a otto bracci che odio con disciplina. È finito lì contro la mia volontà. “Poi lo spostiamo”, mi hanno detto. Come se spostare Murano fosse come cambiare posto a un libro. 

Sotto, il disordine fa congresso. L’armadio su misura di Modena, che doveva essere provvisorio e invece comanda la stanza. Il letto moderno, affiancato da un tavolino di Rolo da una parte e da un comodino emiliano dell’Ottocento dall’altra. In mezzo: una consolle raccolta chissà dove — la chiamo brocanteur per darle un tono — una sedia veneziana che ha visto dogi, un manichino in ferro battuto strangolato di sciarpe, un pouf da discount, un tappeto sardo che chiede pietà. 
Non è eclettico. È stanco. Però ogni mattina mi dico che è “eclettico”. Me lo impongo con l’indulgenza che si usa con i parenti difficili.

I quadri sono ancora in giro, altrove. Le tende giuste non esistono: ne ho un baule pieno, tutte sbagliate di due centimetri. “Poi” le cambieremo. “Poi” appenderemo. “Poi” faremo decluttering. Il poi è il mobile più ingombrante che abbiamo.

Lo dico a mio marito: “Voglio più armonia”. Lui, dalla sua stanza perfetta,  dove guai a toccare una penna, alza un sopracciglio: “Hai sopra la testa un meraviglioso otto bracci in vetro di Murano. Accontentati.” 
Io i lampadari li detesto. Tutti. Figuriamoci Murano. Io amo le luci basse, negli angoli, quelle che tagliano la stanza a metà e lasciano il resto al buio. Un chiaroscuro gentile. È il mio modo di stare al mondo.

Faremo tutto “poi”. Abbiamo traslocato di corsa per fare un favore a chi comprava. Abbiamo già fatto tanto, sì. Ma la lavanderia è un insulto all’ergonomia, lo studio aspetta, il giardino ha bisogno. E quel “lo faremo” è diventato un mantra. Per metà pigrizia, per metà scaramanzia.
Alzo le tapparelle. Fuori è ancora buio. Il giardino chiede acqua, ma bisogna aspettare la stagione giusta. Ed è qui che vorrei smettere di coniugare al futuro. Vorrei dire: facciamo. Adesso. Presente indicativo, senza scuse. 
Il tempo passa, va

Invece adesso, eccomi in montagna e anche qui è lo stesso rinvio, solo con un altro sfondo. 
Qui non è il lampadario, è il giardino a togliermi le forze. Troppo da tagliare, da pulire, da decidere. Lo guardo e penso già ai lavori d’autunno che dovrei iniziare in città. Non riesco a stare in un posto senza progettare quello dopo. 

Forse non sono le case a essere incompiute. 
Forse l’incompiuta sono io. Un cantiere aperto che si sposta di indirizzo in indirizzo, con le tende sempre della misura sbagliata. 
La mia anima è un work in progress continuo. E chissà se avrà mai un “poi lo appendiamo” definitivo. Forse no. Forse il punto è tutto in quel facciamo che non arriva mai, ma che continua a tenermi sveglia.

Devo cambiare. 
Niente Murano sulla testa, niente terrazzo. Solo due finestre che guardano dall’alto il mio giardino — distanza giusta per respirare —  la libreria a muro, bella, quieta, tinta di un bianco che non chiede niente. E i miei mobili dell’Ottocento contadino emiliano, quelli che hanno già visto altre case incompiute e non si scandalizzano. 
Ci sposto il letto in questa stanza, un po' esclusa. Ci sposto lo scrittoio.

Riscrivo con parole mie la casa libro, in un'altro luogo

Ed è tutto. 

Nel presente




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