Fiori di plastica e canzoni d'estate

Sono stata al cimitero da loro. Ho tolto le piante sofferenti per il troppo caldo e ho messo una confezione di fiori finti. E io odio le cose finte, qualsiasi cosa siano: fiori, borse – le famose LV e non solo, chiamate "repliche" –, gioielli, sentimenti. Portare una borsa finta al braccio non nuoce a nessuno; dei fiori di pura plastica cinese, invece, mettono tristezza. Un falso sentimento, però, ferisce.

​Mi sdraio sul divano, come mio solito, e mi riprendo. Fiori finti, dunque. E come tutti gli anni, in questo periodo, sento su di me lo sguardo sdegnato di mia mamma e quello indifferente di mio padre. Gioco anch'io a scrollare le spalle. «In fondo è un nulla, penso comunque a voi», dico a voce sussurrata.
Penso a loro un po' divertita oggi, primo luglio.
​I miei genitori avevano la stessa sensibilità musicale di due elefanti che barriscono.
Va detto che comunque, mentre lei riusciva a canticchiare inni e Vecchi scarponi, oltre ai soffi delle bufere e a signorine che andavano a piedi da Lodi a Milano. Lui, davvero, non azzeccava una nota nemmeno sbagliando: quando pensava di cantare, se ne usciva con un "zazazaaa". Il fatto che riuscissero a ballare – e lui anche bene – mi ha sempre stupito, così come il come e il perché da una coppia così fossimo nate mia sorella e io, decisamente inclini al canto.
​Intanto, a ogni estate, anche in casa nostra entravano i tormentoni musicali. Lascio perdere Barbara Ann dei Beach Boys, che serviva a chetare la mia sorellina, e le "mattinate" leoncavallesche che inumidivano gli occhi paterni; ma era istinto puro alla fuga quando sempre lui, a volte in compagnia del cognato, ascoltava allo sfinimento il ritornello di certi brani di Riccardo del Turco, soprattutto Luglio: «Luglio, col bene che ti voglio...». Si divertiva, diceva, era tutto leggero, e sorrideva mimando i gesti di un direttore d'orchestra.
​Luglio, già. Quello dell'asfalto che sembrava fluttuare, del silenzio rotto dal rumore delle pale dei ventilatori, dello scricchiolio del ghiaccio frantumato per la granita.
​Sono passati decenni, loro non ci sono più. Io li celebro con i fiori finti, vergognandomi, ma non c'è primo giorno di luglio in cui non intoni quella canzoncina che amavano, ma che io odiavo e davvero non capivo. Mi gira in testa, un earworm ciclico.
Beh, nemmeno ora, per la verità, ne capisco il successo, ma non importa: mi riporta a momenti sereni, fatti di abiti leggeri, guanti bianchi e cappellini di paglia, di prime contestazioni e primi amori. E sorrido.
​«Luglio... Luglio m'ha fatto una promessa / L'amore porterà / Anche tu, in riva al mare / Tempo fa, amore, amore / Mi dicevi "luglio ci porterà fortuna" / Poi non ti ho vista più...»



​Ricordo, ricordo come è volata via la mia infanzia. L’euforia del suo dicembre e il calore del suo luglio.
(Winthrop Mackworth Praed)

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