Odio l'estate (e agosto è ancora lontano)
Datemi un solo motivo per cui debba amare l’estate. Questa, poi. In realtà di stagioni simili, con temperature subtropicali, ne abbiamo già avute: credo nel 2003 e forse nel 2017, quando persino in montagna razionarono l’acqua.
Ma oggi è ancora giugno e ho già i nervi estivi di fine agosto.
Sulla questione della feomelanina ho già detto; sul mio livore nei confronti della vita estiva, calda da morire, potrei scrivere un tomo dantesco, soffermandomi principalmente sull’Inferno e su appositi gironi. Ce ne sarà sicuramente uno per chi ha l’insulto facile da afa, ma anche per quelli del... "A me il caldo piace".
Un motivo per amare l’estate se non si hanno diciotto anni, non si è in vacanza scolastica, non si vede l’ora di incontrare gli amici di stessa spiaggia, stesso mare e non ci si può concedere bagni e nuotate fino allo sfinimento? Nessuno. Sono convinta che facesse caldo anche negli anni del Tempo delle mele, ma allora non me ne accorgevo.
Adesso? Adesso è una pesantezza epocale. Di quelle per cui ti senti ingrassare anche se consumi solo pasti da "apri il frigorifero e, purché sia fresco, va bene". Niente gelati e simili, che fanno male. Piuttosto yogurt (quello greco), pomodori in quantità generosa, pesce cucinato nella friggitrice ad aria – che so bene essere solo un fornetto ventilato e che i fritti veri sono altro, ma io darei un Nobel a chi l’ha inventata. In questi giorni ti fai andare bene tutto: dall’odiata bresaola con rucola e parmigiano, al melone con il prosciutto, fino alla rosticceria del mercato ambulante.
Ho preparato un po’ di insalata di riso. Quella che ha il dono della moltiplicazione esponenziale notturna: pur partendo da una grammatura minima, il giorno dopo te la ritrovi sempre lì che ti occhieggia dal contenitore. E poiché ha sulla coscienza anni di "il cibo non si butta, è peccato", te la fai andare bene fino alla nausea. Però dai, sarà pronta per domani, in viaggio.
È la costrizione all’immobilità, comunque, a farmi peggio.
Passando dal letto al divano – e, nelle ore fresche e accessibili, alla sdraio in giardino – vengo colta da abbiocchi continui. Due pagine di lettura e le palpebre calano. Il mio smartwatch mi invita ogni mezz’ora a muovermi con un’insistente vibrazione al polso: lo zittisco come fosse una sveglia e, come una sveglia, lui ricomincia, in un circolo vizioso con il mio torpore. Però è il mio Grillo Parlante, non tolgo la modalità.
Riguardo la data dal tablet ed ecco la conferma: è davvero il 27 giugno dell'anno del "mai una gioia".
Torno in città. Quaranta gradi. Confido nell’aria condizionata e nella tenuta della tensione elettrica, visti i recenti blackout. Cominciano i girotondi tra un giardino e l’altro da curare. Su e giù, ogni volta pensando che si dovrebbe essere altrove: magari in un qualsiasi luogo del mondo con temperature rigorosamente sotto i 15 gradi.
Scriveva Natalia Ginzburg:
"Odio l'estate. Odio il mese di agosto fino al giorno di Ferragosto. Passato il Ferragosto, mi sembra di uscire da un incubo. Quando arriva l'estate mi assale la malinconia e l'angoscia."
E agosto è ancora lontano.
Foto_immagine Meta Ai
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