Nei giorni scorsi ho scritto delle cattiverie social. Oggi scrivo di me. È l'unica storia che posso raccontare fino in fondo, senza tradire nessuno. Ma se state seguendo la shitstorm contro la Consigliera Vallacchi, capirete perché non è solo la mia.
Perché una persona deve rendere conto della propria salute? Perché deve giustificare un foulard, un berretto?
Partiamo da qui: uno stato di salute non determina una persona. La attraversa, se ne deve fare carico, ma non la è mai. Non ESISTE un malato. Esiste una persona con una malattia. Se non capiamo questa differenza enorme, dobbiamo tornare all'ABC dei sentimenti.
Sappiamo tutti cosa fanno le cure per il cancro. Non sono uguali per tutti, ma quasi sempre portano via i capelli. È l'effetto meno grave, è il più visibile, quindi è il più fastidioso da gestire con gli altri.
Ognuna fa come può. Ho visto amiche con parrucche bellissime, foulard colorati, turbanti, o con la testa rasata, lucida e fiera.
Mia madre amava la sua parrucca perché le permetteva di essere in ordine, come piaceva a lei. In casa metteva un foulard, ma non per sé: per non mettere in imbarazzo gli altri. Lei, malata, aveva riguardo per chi stava bene.
Io i capelli durante la chemio non li ho persi. Indeboliti, sì, molto. Ho tenuto un brutto caschetto per coprire la nuca che si sarebbe svuotata poi, con la radio. Erano anni diversi, anche nell'approccio psicologico, ma già un piccolo suggerimento delle dottoresse di oncoematologia aiutava a tenere insieme i pezzi. Alla fine delle cure ho aspettato che le mani di una parrucchiera mettessero in ordine una ricrescita scura, riccissima. Succede, mi hanno spiegato. Succede se nel tuo DNA familiare vince il riccio. Lo spiego ancora oggi a chi si ricorda solo della ragazza con le trecce.
Il punto è un altro: perché devo dare conto di quello che sto attraversando?
C'è chi mette su TikTok ogni istante del proprio percorso, fino all'agonia dei terminali - che per me è un'offesa alla dignità di chi non ha più difese. E c'è chi vuole tenersi la sua fatica. Io vomitavo venti volte al giorno e volevo solo farlo in pace. Senza dover parlare. Senza forze. Mia madre mi stava accanto anche se non la volevo, mi teneva la testa per non farmi svenire dentro il water. Avevo le mucose a piaghe. E al paese, nei miei rari ritorni, il solito ritornello curioso: "Ma come stai?". Nella testa rispondevo una cosa sola: fottetevi.
Stare male in pace non è un ossimoro. È un diritto.
Stare bene, stando male.
Ingrassi, dimagrisci, ti gonfi. Perché? Lo sappiamo tutti perché.
Non chiederlo sarebbe già rispetto. Non spettegolarne sarebbe già decenza.
"Oh, finalmente sei tornata normale." L'hanno detto a mia madre, di me. L'hanno detto a me. Finalmente?
Poi il corpo reagisce, sì. Ritrova una sua stabilità. I capelli ricrescono, diversi. Restano le cicatrici, le aderenze che le cure lasciano, la paura che non se ne va mai, perché se puoi guarire grazie alle cure, puoi anche ammalarti a causa delle cure. Un altro ossimoro? Sì. Sono un ossimoro vivente e lo testimonio.
Quindi basta.
Basta indicare.
Basta chiedere per curiosità morbosa.
Basta deridere un foulard.
Non è giustificabile. Non è accettabile. Mai. Per nessuno.
Eppure c'è ancora chi ci combatte l'avversario politico così.
Pietà l'è morta?
In questa foto ho tanti chili in piu, i capelli cortissimi sotto il berretto.
Arrancavo, ma c'ero
Era già iniziata la difficile rinascita
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