Ogni anno la stessa storia. Due giorni fa ancora: "Ma oggi è il tuo onomastico? Non mi ricordo mai quando lo festeggi"
Per la cronaca: non festeggio un bel niente. È una ricorrenza che mi lascia del tutto indifferente.
Sul mio nome, regna il caos.
Ho ereditato quello di mia nonna, ma a causa di qualche disservizio anagrafico ai tempi della guerra, il suo "Stella Maria" originale fu invertito nei documenti.
A questo si sono aggiunti i disservizi familiari: negli anni il mio nome è stato storpiato in ogni modo possibile. Diminutivi, vezzeggiativi e, peggio ancora, una contrazione grammaticale che mi ha creato non pochi guai.
Una volta non potevo ritirare il diploma perché sui registri scolastici figurava la versione sbagliata, e fu necessario risalire all'atto di nascita.
Un'altra volta, un esperto coadiuvante le liste elettorali sosteneva che il mio nome da adottarsi in quel frangente, dovesse essere quello con cui «ormai ti identificano così da decenni».
Risultato: oggi la gente mi chiama in tre modi diversi. E mi va bene così.
Mia madre, a suo tempo, aveva deciso che per comodità (di chi, non si sa) l'onomastico si sarebbe "festeggiato" il 12 settembre. O meglio: la festa consisteva in un assonnato augurio mattutino e amen. Manco un biscotto diverso dal solito.
In realtà la data corretta sarebbe l'11 maggio, ma lei ha deciso diversamente. Esattamente come faccio io oggi: a mia figlia e a mia sorella invio un "Buon onomastico" su WhatsApp. È semplice, è gratis ed è del tutto indolore.
Quello di mio marito lo dimentico puntualmente, nonostante per ricordarlo basterebbe agganciarsi al rito di San Giovanni. Una tradizione simpatica e decisamente pagana: il 23 giugno, al tramonto, si raccolgono fiori ed erbe spontanee da lasciare in una bacinella d'acqua all'aperto, così che assorbano la rugiada della notte. Il mattino dopo ci si lava il viso per propiziarsi salute e purificazione. Un bel gesto, che puntualmente ogni anno evito di fare.
Non voglio festeggiare mai nulla. Mi accusano di non voler celebrare né gli onomastici né i compleanni, ma le mie ragioni le ho.
A parte il fatto che detesto il rumore e la folla — e dieci persone per me sono già folla —, il problema è che ogni festeggiamento finirebbe per essere interamente a mio carico. In passato ho organizzato molte feste, tutte ben riuscite (e mi faccio i complimenti da sola), ma perché dovrei sobbarcarmi tutta la fatica per la mia festa? Anche no. Passo.
"Come sei antipatica", ribatte mia sorella — la regina dei "non-compleanni" — che però alla fine mi trascina comunque in pasticceria per un dolce e un caffè. Almeno quello.
Proprio oggi, l'algoritmo FB, mi ripropone le foto di due anni fa: la festa per i 70 anni di mio marito e per il nostro rientro al paese. Con la famiglia e gli amici intimi. Una bellissima giornata. Ma quando la festa finisce, restano solo le note malinconiche di Califano: «La musica è finita, gli amici se ne vanno...».
Ti restano addosso solo la stanchezza e una sottile tristezza.
La domanda iniziale, comunque, resta valida: ma alla fine, perché ci ostiniamo a festeggiare gli onomastici?
C'è una risposta in realtà.
È storia, interessante, che si potrebbe raccontare, ma a oggi è..."quella antica, che riporta ai secoli passati, sicuri che la prossima volta che arriveranno gli auguri indolori su WhatsApp, potremo sorridere sapendo che ci stanno solo inviando un retaggio del Seicento per risparmiare sui biscotti!"
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✍️ P.S. Per chi si stesse chiedendo: "ma perché diamine festeggiamo gli onomastici?"
Un tempo non si festeggiava il giorno di nascita (i registri anagrafici non esistevano e contavano solo i battesimi), ma il Santo di cui si portava il nome, come forma di protezione e di festa collettiva nel paese. Con il tempo il compleanno ha preso il sopravvento e l'onomastico si è trasformato in quello che è oggi: una scusa a basso costo per mandarsi un messaggio su WhatsApp senza dover offrire nemmeno un caffè.
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