Mi sento incredibilmente stanca. E ferita. Perché le disillusioni feriscono più di una piaga aperta nella carne.
Ho un’età in cui speravo di vedere l’umanità evolversi, arricchirsi di cultura e di rispetto. E invece? Mi guardo alle spalle e vedo il lungo e faticoso cammino delle donne. Rileggo le parole di Carla Lonzi, che ci ricordano come il valore femminile non abbia bisogno di alcuna legittimazione esterna, ma si affermi attraverso l’autenticità e la relazione tra donne.
Ero una ragazza ribelle. Mal sopportavo le imposizioni, che allora arrivavano soprattutto da un ambiente paesano, troppo legato al perbenismo parrocchiano. Fortunatamente, i miei genitori non hanno mai usato il metro per misurare i centimetri delle mie gonne.
Ed eccoci oggi, anno domini 2026
Un vicepresidente del Consiglio se ne esce con una frase sconnessa nel concetto, secondo cui sarebbe opportuno sposare donne poco appariscenti, con abiti modesti e rigorosamente coprenti: meno belle, meno tradimenti. Un goffo ritorno al passato, dove un vecchio Don Abbondio lancia strali contro la modernità, asciugandosi il naso con uno stropicciato fazzoletto tirato fuori dalla tonaca. No: a parlare è un uomo che mi è coetaneo, che si presumerebbe illuminato e acculturato, e che invece si esibisce in questa pessima oratoria.
Eppure sono ancora molti, tra uomini e persino tra donne, coloro che misurano la moralità attraverso l'apparenza o una gonna più o meno corta. L'ho sentito affermare con sconcerto da persone da cui mai te lo aspetteresti: "A cinquant'anni con la gonna corta? Sia mai".
Ho portato la gonna corta a quarant'anni, e posso permettermi, me lo permetto da sola, di indossare pantaloncini in giardino, a casa o in montagna, o bermuda di jeans sfilacciati. Secondo questa retorica dovrei essere additata, perché avrei raggiunto l'età da vestaglietta, scialletto, gomitolo di lana e tasche piene di caramelle per i nipoti. Con un rosario a portata di mano, s'intende: l'outfit perfetto per garantire la moralità agli occhi di certo popolo.
Oltre quella divisa, per loro, ci sono solo donne amorali,inaffidabili, potenziali traditrici. Sempre e solo le donne, trattate alla stregua di oggetti da giudicare, da coprire, da zittire. In servizio permanente per il maschio di turno.
È una costante amara e ossessiva: sempre e solo le donne, colpite nel loro essere prima ancora che nelle loro idee.
Ricordo bene gli strali e la livorosa indignazione sollevati per quel foulard indossato dalla Consigliera regionale. Un semplice accessorio trasformato istantaneamente in un capo d’imputazione, un pretesto per imbastire un processo d'intenzione, spostando il dibattito dalla sostanza politica al decoro presunto, dall'operato istituzionale alla superficie.
Che si tratti del colore di una stoffa, della lunghezza di una Gonna o della forma di un foulard, il meccanismo è sempre lo stesso: il corpo e l'immagine della donna usati come bersaglio da giudicare, da coprire, da additare o da zittire. Un perenne esame di "sospetta immoralità" o "inadeguatezza" a cui gli uomini non vengono mai sottoposti.
Ma la Moralità — quella con la M maiuscola — è tutt'altra cosa. È quella che vorrei vedere nei nostri rappresentanti politici, spesso esperti in vuote capriole verbali. È la responsabilità che ci si aspetta da chiunque ricopra un ruolo pubblico e guarda alla collettività senza distinzioni. È la coerenza nei piccoli gesti quotidiani.
Torno a Carla Lonzi. Torno a credere che il suo pensiero andrebbe insegnato nelle scuole, non solo nei circoli femminili o femministi. Perché la Lonzi andava oltre, consegnandoci una verità che andrebbe scolpita sulle pietre dei palazzi del potere: "La donna non è una dialettica dell’uomo".
Sputiamo su Hegel, scriveva nel 1970.
Sputiamo su certe sentenze, oggi, nel 2026.
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