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Fra zucche, brume e folliage: il mio ottobre

Ultimo giorno di settembre, che non è più il mio mese preferito. Come maggio. I mesi delle promesse mancate. 
Rose di maggio, tramonti di settembre? Moscerini, zanzare, insetti fastidiosi ovunque: sembra proprio di stare in una palude. Ieri in serra siamo stati attaccati e pizzicati pesantemente. Anche stare pochi minuti in giardino è impossibile.

Leggendo le previsioni dei vari meteorologi, deciderò se eleggere ottobre a mese dell'incanto. Devo averne uno, da sognare e rimpiangere.

In fondo ho bei ricordi, antichi, del decimo mese dell'anno.
Scuole che iniziavano il 1° e vacanza il 4, quando San Francesco, patrono d'Italia, veniva celebrato anche laicamente e felicemente. C'erano i nuovi libri in cui tuffare il naso, per assorbire quel meraviglioso profumo che emanavano. 
Era una delle cose più belle della vita andare a ritirare i libri scolastici: ero affamata di conoscenza. Per qualche giorno venivo colpita da una sorta di bulimia di lettura, che guariva però in un amen; potevo divorare paginate dai libri di storia o dalle antologie, per poi ignorarli completamente nel prosieguo. 
Un gabbiano di Cardarelli anche in quello. La vita la sfioro, balenando nella burrasca: così fu la scuola.

Ottobre e i suoi colori.
Possiamo tranquillamente ammettere che il foliage è una delle cose più incredibili che la natura ci offre. Al Po, al Gargatano, in bicicletta sugli argini, con i campi padani a fare da cornice. Le fotografie una volta erano rare, ma gli scatti rimangono ben impressi nella memoria.

La lieve bruma a sfumarne i contorni e la luce di ottobre che, finalmente, diventava sopportabile. 
Si cantano le ottobrate romane, mentre io mi sono sempre goduta quelle padane. In attesa delle prime nebbie, quelle che sarebbero salite agli irti colli carducciani, fra il ribollire dei tini e l'aspro odor dei vini, l'animo a rallegrare.

I frutti con l'uva e quegli acini grossi e succosi che fanno bella mostra sul tavolo della mia cucina, pronti a rimediare alla mia golosità. La zucca, che nelle sue forme più svariate mi ricorda le teste nei quadri dell'Arcimboldo, ma anche i tortelli di mia mamma — con gli amaretti, la noce moscata e tanto Padano grattugiato, affogati in una quantità esagerata di burro e salvia. 
Io mi limito ad acquistarla a quadrotti, pronti da cuocere secondo la fantasia del momento. 
A breve arriveranno anche i cachi.

Domina l'arancione nei colori autunnali, con una spruzzata d'oro e pennellate lievi di rosso, proprio come negli acquerelli della mia amica di sempre. Ne ho tre, che mi hanno accompagnata fra traslochi e ristrutturazioni. Ovunque mi trovassi, mi ricordavano la mia pianura.

Aspetto ottobre: spero in un mese che possa dare tregua al mio mal di vivere, che spenga l'eccesso di luminosità, imponga di chiudere le finestre e smorzi gli eccessi di una lunga estate troppo calda.

Magari riesco anche a festeggiare degnamente l'autunno con una risottata alla Risotteria sotto la Torre, per l'annuale pranzo con i cugini: due coppie di primi cugini, quattro secondi cugini, tutti nipoti di due sorelle, le nostre nonne. (Questa frase è per il mio compagno di vita: i vari gradi di parentela e le affinità familiari lo fanno impazzire, soprattutto quando glieli racconto io. Divertendomi, in effetti. Non gli è servito a nulla nemmeno un esame universitario in materia).

Penso a ottobre: sto meglio. Un pochino.
Ho anche riso. Nonostante i miei momenti di terribile silenzio, oggi mi è arrivato un messaggio, ho letto, dopo aver visto che due invii precedenti erano stati cancellati: "Volevo mandarti una mia foto per farti vedere come sono messa, ma ho pensato che stessi troppo male per infliggerti un'altra tortura". 
Grazie anche per queste piccole cose. 
Grazie per il rispetto che avete nei miei confronti.

Domani, ottobre.

I primi giorni di ottobre. Quel che resta è una malinconia sottile e diffusa, che sa di ritorni impossibili all’estate. Eppure, nonostante gli addii, c’è una luce nuova che ti invita all’interiorità, ai progetti, alle scelte.
(Fabrizio Caramagna)

Gargatano, sponda lodigiana del Po; ottobre anni '70. Foto mia.

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