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Una gita in Pronto Soccorso, non si nega a nessuno

Una gita al Pronto Soccorso non si nega a nessuno, pare Il mio corpo e il mio cervello, in perfetta complicità, ogni tanto mi giocano brutti tiri. Scherzano tra di loro, bisticciano, si elettrizzano... e mi mandano fuori uso. È successo ieri, replicando lo scherzo di due giorni prima. Precauzione d’obbligo, visti i miei pregressi: giretto in ambulanza e direttissima in PS. Ben disposta ad aspettare, senza troppe ansie, l'attesa si è svolta con i suoi soliti ritmi: molti accessi, personale ridotto all'osso e di corsa. Ma sulle sedie scomode della sala d'aspetto succede anche che si incrocino le umanità più svariate e, alla fine, tutto assume una dimensione diversa. Si raccontano storie, si ritrova gente conosciuta in una vita precedente. E nota di merito: in questo PS ti permettono di essere accompagnata da un familiare. Un piccolo, grande atto di estrema umanità. Alla fine, ed era ormai notte, sono riuscita ad avere una diagnosi. La dottoressa del turno notturno era la quin...

ERA IERI - È OGGI

Ci sono giorni in cui per capire dove siamo, dobbiamo riaprire un cassetto e leggere dove eravamo. Ho ritrovato queste parole scritte nel 2023, durante un altro passaggio difficile, un'altra partenza. Le rileggo oggi, mentre cerco di fare spazio a un nuovo silenzio.


​Ieri — 2023

​Ieri sera la telefonata era breve, essenziale: «Come stai? Sei serena, confusa? Tranquilla, è tutto normale, prenditi tempo. Domenica sul tardi ti chiamerò e se hai bisogno...».
​Come stai? È bello sentirselo chiedere, anche perché so che chi lo chiede è davvero preoccupata.
​Come sto? Pensavo di fare salti di gioia, e invece mi sento psicologicamente anestetizzata. Però somatizzo. Sono fotofobica, ho una rosacea terribile, i capelli che sembrano in preda a scosse elettriche.
​Ho momenti di tristezza. In questa città e in questa casa ho vissuto tanti anni, più che in qualsiasi altro luogo. Ho avuto qualche momento sereno, molti di rabbia, tanti di noia. Ho conosciuto molte persone: alcune — poche — spero continuino a rimanere nella mia vita. Altre, per cui siamo stati i classici utili idioti, le ho già abbandonate da tempo. Non mi mancano e non mi mancheranno.
​In questi ultimi, difficilissimi anni, Michela mi ha regalato momenti di serenità e di accudimento come poche altre. Valeria e Mirella, la quotidianità con Winston e Isi. Loredana, Rossana, Maddalena: la continuità a ostacoli, perché nonostante le rispettive difficoltà vi ho sempre ritrovate (Maddalena, mi raccomando, evita gli ostacoli con Kolivia, che poi ci fai prendere i coccoloni!).
​Mi mancherà Angela: medico, confidente, amica. Per lei ho preparato una lettera, perché so che non avrò voce quando domani andrò a salutarla.
​Ecco. Ho lasciato piccoli affetti in altre città, ne lascerò qui. E ritroverò l'abbraccio dei grandi affetti, quelli che non ho mai davvero lasciato.
​A très bientôt.


​Oggi


​Tre anni fa, un'ultima avventura. Quella decisione sofferta con un punto interrogativo enorme addosso. Paura ed euforia; i timori del vecchio che ritornava, in una nuova veste, nella mia vita.

​Ora potrei fare un bilancio, ma non me la sento ancora. Troppe delusioni affiancate a mille piccole gioie. Il tentativo di ridefinirmi geograficamente si sta rivelando difficile.

​Quando sono terribilmente incerta, cerco un attimo di silenzio e di riflessione davanti all'ultima dimora dei miei genitori. Nuovi incontri, abbandoni voluti o dolorosi: la nuova vita finisce sempre per somigliare alla vecchia.

​In questi giorni, però, c'è stato un click di troppo. 
Un blackout che spero duri il giusto — anche se «giusto», in fondo, non lo è mai.

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