Scrivere questo testo non è stato semplice. Far convivere la narrazione dei miei sentimenti con il rigore dei dati scientifici ha richiesto un lavoro complesso. Riscritto e corretto, revisionato, cosa che non mi è abituale.
Ho sempre avuto una passione per la fotografia, il restauro e la rielaborazione visiva. Una passione nata molto prima che l'intelligenza artificiale facesse il suo ingresso nei nostri dispositivi. Un tempo ci si affidava ad app essenziali, dove l'uso delle palette cromatiche permetteva comunque di raggiungere risultati dignitosi. Ho sempre amato la funzione HDR: mi permetteva di riscattare le immagini dalla loro piattezza, avvicinandole a ciò che i miei occhi vedevano realmente.
Dalla pellicola allo schermo del telefono
Non mi sono mai considerata una brava fotografa, anzi. I miei scatti migliori risalgono a molti anni fa, quando giocavo con una Minolta, cambiando le pellicole, gli ISO e applicando filtri fisici all'obiettivo. Gli smartphone di oggi non mi regalano le stesse sensazioni, ma continuo a fotografare d'istinto: cammino con il naso all'insù, catturo cieli, nuvole e le fronde degli alberi, giocando con il contrasto tra la luce dell'atmosfera e il verde del fogliame.
Restaurare i volti e l'illusione della nitidezza
La mia soddisfazione più grande, tuttavia, risiede nel restituire nuova vita ai ritratti. Non parlo di Photoshop nel senso tradizionale del termine. Oggi, con l'IA, le possibilità sono infinite. Il lavoro richiede estrema precisione nei prompt per evitare che i lineamenti originali si distorcano: l'alta definizione e la profondità di campo possono ingannare l'occhio.
Essendo abituati a ricordare i volti del passato attraverso la nebbia delle sfocature e la grana del tempo, trovarsi davanti a tratti puliti e colorizzati genera quasi un senso di straniamento.
Eppure, riesumare foto sbiadite o alterate dal terribile viraggio rosso per regalare loro una nuova nitidezza è per me un tuffo emozionante nel passato.
Costruire ricordi impossibili: la mia autobiografia visiva
Nei miei vecchi ritratti inserisco nuovi sfondi e outfit differenti. Guidata da ricordi nitidi, creo un ponte tra la me di ieri e quella di oggi, aggiungendo dettagli o "fotografando" eventi che all'epoca non poterono essere immortalati. Completo così la mia autobiografia visiva e, estendendo il processo alle foto di famiglia, compongo una vera e propria antologia della memoria.
La creazione di questi "ricordi impossibili" trova una spiegazione affascinante nella neuroscienza. Il nostro cervello non funziona come un archivio statico, ma ricostruisce costantemente i ricordi. Dare forma visiva a un momento mai fotografato soddisfa il bisogno della mente di dare concretezza a un'emozione.
Un caso pratico: il giaccone bianco e l'Eskimo verde
Un esempio pratico: di recente ho creato un reel. Sullo schermo ci sono io a 17 anni, con i miei jeans a zampa e i capelli scalati di allora. Indosso un parka verde stile Eskimo. Nella realtà io possedevo un giaccone bianco con cappuccio di finta pelliccia, di cui però non esiste alcuna fotografia. Non essendoci tracce sul web di quel modello, ho scelto di ricreare quell'estetica per dare fisicità a una memoria precisa. Con l'aggiunta di un brano musicale che fa da colonna sonora al mio percorso, ho fermato quell'attimo: ero io, esattamente lì.
Conservare la storia di una comunità
Infine, c'è un profondo valore di appartenenza nel lavoro che svolgo sulle foto storiche della mia città. In questo caso si attivano i circuiti cerebrali legati all'empatia e alla memoria collettiva. Restituire realismo e dettagli ai volti del passato abbatta la distanza temporale: trasforma il ritocco digitale in un atto di cura verso la storia della comunità a cui appartengo.
"
Il presente diventa passato in un istante, e la fotografia è l'unico modo per trattenerlo un po' più a lungo."
Commenti