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Una gita in Pronto Soccorso, non si nega a nessuno

Una gita al Pronto Soccorso non si nega a nessuno, pare Il mio corpo e il mio cervello, in perfetta complicità, ogni tanto mi giocano brutti tiri. Scherzano tra di loro, bisticciano, si elettrizzano... e mi mandano fuori uso. È successo ieri, replicando lo scherzo di due giorni prima. Precauzione d’obbligo, visti i miei pregressi: giretto in ambulanza e direttissima in PS. Ben disposta ad aspettare, senza troppe ansie, l'attesa si è svolta con i suoi soliti ritmi: molti accessi, personale ridotto all'osso e di corsa. Ma sulle sedie scomode della sala d'aspetto succede anche che si incrocino le umanità più svariate e, alla fine, tutto assume una dimensione diversa. Si raccontano storie, si ritrova gente conosciuta in una vita precedente. E nota di merito: in questo PS ti permettono di essere accompagnata da un familiare. Un piccolo, grande atto di estrema umanità. Alla fine, ed era ormai notte, sono riuscita ad avere una diagnosi. La dottoressa del turno notturno era la quin...

Un rifugio attraverso il tempo


​Le biblioteche sono state per anni un rifugio da tutto ciò che rifiutavo; purtroppo, spesso, lo sono state anche dai testi scolastici. 

Era affascinante trovarmi tra migliaia di tomi, avvolta dal loro profumo: quel sentore di carta antica che non mancava mai e che, per me, non stonava affatto.

​Ricordo le primissime frequentazioni da bambina, quando la piccola biblioteca del paese era ospitata in un’aula della Scuola di Arti e Mestieri. Una gentile signorina mi guidava nelle mie precoci scelte e mi capita spesso di rivivere quegli attimi; ricordo persino cosa indossassi in quelle domeniche mattina, dopo la messa e prima di andare dai nonni nel paese vicino.

​Più tardi, ci fu il trasferimento in uno storico, antico palazzo. 
La biblioteca mi offriva ciò che allora non potevo permettermi: quei libri che solo anni dopo avrei potuto comprare, per poi leggerli voracemente e rileggerli ancora, tenendone magari tre o quattro aperti contemporaneamente. Su quelli di mia proprietà potevo finalmente sottolineare frasi o applicare post-it per ritrovare un paragrafo o, più spesso, una poesia.

​Quando portavo orgogliosamente a casa i tre volumi consentiti dal prestito, capitava che ne ricopiassi intere pagine; altre, invece, le imparavo a memoria. 
Tra i passaggi angusti di quei vecchi locali avrei voluto perdermi — o forse, in realtà, l'ho fatto davvero — lasciandomi trascinare in una dimensione diversa, lontana dalla realtà e immersa in quella degli autori a cui mi affidavo. 
In loro cercavo qualcosa di me o, forse, ciò che inconsapevolmente mi mancava.

​Ho incontrato personaggi, vissuto vite diverse, viaggiato in paesi sconosciuti e sognati. Ho imparato a pormi domande e ho cercato risposte. Non ho mai smesso di farlo.

​Oggi la biblioteca della mia città è un piccolo gioiello architettonico. 
La gestione è, ovviamente, istituzionalizzata e resa funzionale alle esigenze attuali. La frequento per motivi diversi rispetto alla giovinezza, ma una cosa è certa: quando varco quella soglia, mi sento avvolgere dallo stesso profumo di sempre.

​La biblioteca resta il luogo pubblico in cui continuo a sentirmi a casa, accolta proprio come sessant’anni fa. 
Lì il tempo è rimasto immutato, esattamente come le mie mille emozioni. 
Mi impongo di ascoltare il presente, ma finisco per perdermi, catturata dalle righe e dalle parole che vibrano intorno a me.

Non credo nel paradiso, ma provo a fare mie le parole di J.L.Borges: “Mi sono sempre immaginato il paradiso come una specie di biblioteca.”










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