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Una gita in Pronto Soccorso, non si nega a nessuno

Una gita al Pronto Soccorso non si nega a nessuno, pare Il mio corpo e il mio cervello, in perfetta complicità, ogni tanto mi giocano brutti tiri. Scherzano tra di loro, bisticciano, si elettrizzano... e mi mandano fuori uso. È successo ieri, replicando lo scherzo di due giorni prima. Precauzione d’obbligo, visti i miei pregressi: giretto in ambulanza e direttissima in PS. Ben disposta ad aspettare, senza troppe ansie, l'attesa si è svolta con i suoi soliti ritmi: molti accessi, personale ridotto all'osso e di corsa. Ma sulle sedie scomode della sala d'aspetto succede anche che si incrocino le umanità più svariate e, alla fine, tutto assume una dimensione diversa. Si raccontano storie, si ritrova gente conosciuta in una vita precedente. E nota di merito: in questo PS ti permettono di essere accompagnata da un familiare. Un piccolo, grande atto di estrema umanità. Alla fine, ed era ormai notte, sono riuscita ad avere una diagnosi. La dottoressa del turno notturno era la quin...

La giovinezza non ha bisogno di motivi per correre, ha solo bisogno di vento

Due ragazzine attraversano la strada. Di corsa. Indossano leggings, magliette cortissime e hanno i capelli lunghi svolazzanti: ridono fra loro, con quelle risate che si possono fare solo a quell'età. Trasmettono gioia solo a guardarle. Sono ferma in auto; le osservo e sorrido anch'io.
​Amavo correre.
Con quel dolore al fianco che toglieva il fiato.
Correvo, come se non fossi stata in grado di camminare diversamente.
Correvo e non pensavo a nulla, non mi accorgevo di niente. Ero sola con me stessa.
​Spesso il vecchio N.H., don P., con la sua aria austera ma gentile, curvo su se stesso e con abiti che sembravano uscire da un camerino di teatro, mi schivava sul vecchio corso e mi rimproverava: «Le signorine non devono correre. La tua mamma ti veste elegante e tu corri? Non si fa». Lo ripeteva come un mantra, e io continuavo a correre e saltellare nei miei abitini inamidati, aggirando le persone e gli inevitabili ostacoli della strada.
​Ero da sola, perché quelli erano anni in cui a scuola non si andava accompagnati; ci si assumeva anche l'incombenza di piccole commissioni per i familiari o per i vicini.
​La via, il vecchio corso, era sempre la stessa: la mia, quella in cui mi sono sempre sentita al sicuro non appena l'imboccavo. Tanti negozi vi si affacciavano, uno a fianco all'altro. Una salumeria che era un antro profumato, la grande drogheria, l'oreficeria elegante, la tabaccheria dei genitori della mia compagna di scuola – dove mi capitava di osservare affascinata i vecchi scegliere i sigari toscani facendone scricchiolare le foglie –, le mercerie, la cartoleria. C'erano le belle vetrine della confetteria e persino quella di una piccola modista: erano ancora gli anni in cui ci si facevano fare i cappellini, i fascinator, i tamburelli, le fasce fermacapelli. Credo persino che si noleggiassero i cappelli per gli eventi e per i matrimoni. E poi il fiorista, il fruttivendolo... Conoscevo tutti e tutti mi conoscevano.
​Correvo fra volti familiari, fra voci che mi rincorrevano e mi chiamavano. Mi fermavo e poi riprendevo, saltellando.
​Correvo tra mille profumi: quello del pane appena sfornato o dei polli che rosolavano nello spiedo messo all'aperto.
​Una via che era davvero casa.
Dove correre era un gioco, anche se gli abitini inamidati graffiavano le gambe e le fasce per trattenere i capelli davano fastidio.
​Ero felice, forse, ma non ne ero consapevole.
O forse, la felicità era proprio poter correre nell'inconsapevolezza.
Perché il bello dell'infanzia è che si è felici senza saperlo; il bello del ricordo è averlo finalmente capito.

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