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Una gita in Pronto Soccorso, non si nega a nessuno

Una gita al Pronto Soccorso non si nega a nessuno, pare Il mio corpo e il mio cervello, in perfetta complicità, ogni tanto mi giocano brutti tiri. Scherzano tra di loro, bisticciano, si elettrizzano... e mi mandano fuori uso. È successo ieri, replicando lo scherzo di due giorni prima. Precauzione d’obbligo, visti i miei pregressi: giretto in ambulanza e direttissima in PS. Ben disposta ad aspettare, senza troppe ansie, l'attesa si è svolta con i suoi soliti ritmi: molti accessi, personale ridotto all'osso e di corsa. Ma sulle sedie scomode della sala d'aspetto succede anche che si incrocino le umanità più svariate e, alla fine, tutto assume una dimensione diversa. Si raccontano storie, si ritrova gente conosciuta in una vita precedente. E nota di merito: in questo PS ti permettono di essere accompagnata da un familiare. Un piccolo, grande atto di estrema umanità. Alla fine, ed era ormai notte, sono riuscita ad avere una diagnosi. La dottoressa del turno notturno era la quin...

La poliglotta agorafobica e gli idiomi di casa

Leggo sulla pagina dello storico Alessandro Barbero una bella disamina sui dialetti. Leggo e condivido in un gruppo del paese, dove la lingua nostrana viene spesso usata o comunque ricordata. Il dialetto come lingua autonoma, con una sua specifica natalità e derivazione, non come un italiano "imbastardito".

​Da bambina non amavo le fiabe e, se a volte mi spaventavano, trovavo sempre il modo di contestarne i contenuti. 

Non sono mai riuscita ad accettarne le metafore o le morali intrinseche; mio nonno, allora, si destreggiava raccontandomi di "Sparafucile", personaggio del Rigoletto, e di "Corri come il vento", la storia di un seme che, spinto dal vento, cresce fino a diventare un albero forte, capace di sussurrare storie e custodire i sogni dei bambini. 

Sinceramente, delle storie mi interessava poco: mi addormentavo invece accarezzata dalla voce del nonno, con quella sua tipica cantilena veneta.

​I primi suoni uditi sono stati quelli della famiglia materna; le prime discussioni veementi con la mia bizzarra bisnonna, che parlava solo il suo idioma natale, quello della terra bagnata dal Brenta, dove inizia la grande laguna. 

Con lei litigavo proprio: una vecchietta del 1880, piccola e magra, che faccio fatica a immaginare giovane e graziosa o vestita elegantemente — come le piaceva ricordare — con abiti color del cielo o cinerini. Io ero una bimba con le trecce e i fiocchi, che portava il nome della sua unica figlia, scomparsa troppo giovane. Mai una carezza, ma tante raccomandazioni quando ne combinavo una delle mie: «No stà dir gnente a to mare».

​Poi le filastrocche, che avrei cantato anche a mia figlia: "Tu tum tu tum museta / la mama la ven da messa / con le tetine piene / da darghe ai so putini..." e il "Din, den, don, le campane de Sambruson / e sonava tanto forte, e buttava zo le porte. / E le porte gera de fero... volta la carta..."

​Vivevo in terra lombarda, ma non ho mai imparato una filastrocca lodigiana; ho mantenuto una "zeta" veneta e non sono mai riuscita a pronunciare bene il "th" inglese. Mio padre abbozzava, ma non gradiva, e impose che con me e mia sorella si parlasse solo la lingua italiana. Mai il nostro dialetto lodigiano che, pur comprendendo ovviamente, avrei conosciuto solo in età adulta. 

Non l'ho mai parlato, se non per qualche breve frase o magari un'ingiuria, perché trovo il dialetto in molti casi davvero rafforzativo e spesso meravigliosamente onomatopeico.

​Come succede con altre lingue, lo leggo ma non lo so parlare. Ho un udito imperfetto, con  iperacusia, che sa cogliere le più varie sonorità ma me ne rende insopportabili o silenti molte altre. 

Ho un udito selettivo, praticamente, e nella vita quotidiana parlo poco e malvolentieri. Parto in quarta solo in determinate occasioni, sempre sforzandomi di non apparire troppo asociale o quando è necessario per esplicare le mie idee. Parlare mi stanca. Parlare lingue e dialetti, ancora di più.

​Nel corso della mia vita ho vissuto ascoltando per anni il dialetto ligure e per un trentennio quello emiliano; di quest'ultimo pare essermi rimasta una certa cadenza. Se non bastasse la "z" scivolosa, ora inciampo anche nelle "s". Dentro di me c'è una poliglotta agorafobica: preferisce starsene ben nascosta.

​«Ndove sito?»

«Dün set?»

Dove sei?

​Normalmente in giro per i fatti miei, comunque lo si dica in tutti i dialetti italici.



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