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Una gita in Pronto Soccorso, non si nega a nessuno

Una gita al Pronto Soccorso non si nega a nessuno, pare Il mio corpo e il mio cervello, in perfetta complicità, ogni tanto mi giocano brutti tiri. Scherzano tra di loro, bisticciano, si elettrizzano... e mi mandano fuori uso. È successo ieri, replicando lo scherzo di due giorni prima. Precauzione d’obbligo, visti i miei pregressi: giretto in ambulanza e direttissima in PS. Ben disposta ad aspettare, senza troppe ansie, l'attesa si è svolta con i suoi soliti ritmi: molti accessi, personale ridotto all'osso e di corsa. Ma sulle sedie scomode della sala d'aspetto succede anche che si incrocino le umanità più svariate e, alla fine, tutto assume una dimensione diversa. Si raccontano storie, si ritrova gente conosciuta in una vita precedente. E nota di merito: in questo PS ti permettono di essere accompagnata da un familiare. Un piccolo, grande atto di estrema umanità. Alla fine, ed era ormai notte, sono riuscita ad avere una diagnosi. La dottoressa del turno notturno era la quin...
Ci ho provato a buttare la polvere sotto il tappeto, accumulandone in grande quantità. Tutto sembrava così  pulito. In fondo cosa ci vuole a nascondere ciò che non si vuole vedere?
Per mesi a ignorare il disagio, il malessere
Un vago senso di inadeguatezza, i tentativi di darmi andare bene ciò che detesto, gli scatti di rabbia, la mancanza di sonno
Le cuffie con la musica a volermi isolare, a rendermi sorda alle parole di chi mi stava mettendo in guardia
Le rassicurazioni mie alle amiche che dicevano tanto
Le scazzate al compagno di vita, preoccupato dal mio eccessivo nervosismo
Mille libri aperti, pochi apprezzati, molti abbandonati. La voglia di prenderne alcuni e buttarli nel fuoco, come Pepe Carvalho: a cosa mi sono serviti? Ora non mi dicono nulla! 
Troppi caffè. Ci sarebbero state bene anche le sigarette. Nel fumo, in un'altra vita soffocavo i malesseri. Mi sentivo come Zeno Cosini del libro di Svevo
Ecco, troppe vite vissute, troppe schegge del passato che feriscono il nuovo percorso,  che fanno giocoforza arrancare. Sono lì, dovrei toglierle, ma metto un cerotto e avanzo;  poi tutto fa troppo male e si é costretti a fermarsi
Qualcosa di troppo, un nulla che ha scoperchiato il vaso di pandora che è questo mio essere
Il malessere, la paura per chi mi è vicino. Il mio senso di colpa nei  loro confronti
Ora, un minimo di tregua e l'ho promesso, ma sono la prima a crederci poco
Non sto ancora bene. Dovrò lavorarci, lo so
Tolgo la polvere da sotto il tappeto, il vaso ormai è del tutto, o quasi svuotato

Grazie a chi mi frena, o almeno ci prova, a chi mi sgrida, a chi mi ha aiutata


L’ultima goccia nel vaso potrebbe essere la salvezza. Quella che fa saltare i limiti, quella che rovescia la prospettiva, quella che toglie peso al vaso.
(Fabrizio Caramagna)










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